mercoledì 9 ottobre 2013

LIBRO - "A mani nude", di Stefano Martufi

(Recensione di Tamara Graziani)

Una coppia di giovani sposi, due sogni infranti, un debito da pagare ed una scelta sbagliata che cambierà per sempre il corso delle loro vite. Sono queste le orme da seguire per capire dove porta questo breve romanzo di Stefano Martufi. Settandadue pagine nelle quali l'autore racconta una storia d'amore senza lustrini ed effetti speciali in cui i due protagonisti sono assaliti da conflitti interiori e desideri che non si realizzano sullo sfondo di una società dura e spigolosa fatta di personaggi senza scrupoli.

La storia di Narcos, pugile e reduce di guerra, e Lisa mancata pianista si snocciola con incedere incalzante. Il lettore viene rapito dal racconto e riesce ad entrare nella psicologia dei protagonisti grazie a continui flash back sulle loro vite. Il crudo scenario della guerra ha completamente stravolto l'animo di Narcos. Il giovane torna ad una quotidianità della quale non si sente parte integrante, incapace di gesti di tenerezza e d'affetto nei riguardi della giovane moglie. Narcos vive come un randagio e compie scelte azzardate che compromettono il suo futuro ed inevitabilmente quello di Lisa spettatrice passiva di un matrimonio che amplifica la sua solitudine.

Narcos, pugile nostalgico del suo ring affronta la vita senza guantoni, a mani nude per l'appunto, sempre alla ricerca di sfide da vincere salvo scoprire che le regole fuori dal quadrato di gioco non esistono e lui soccombe portando all'estremo il disagio di vivere compiendo un omicidio. Lisa, è una figura femminile forte che sa soffrire in silenzio, abdica al matrimonio i suoi sogni di pianista e si rifugia in se stessa per nascondere la frustrazione di non riuscire a dare un figlio a Narcos. Intorno ai due protagonisti si snodano le comparse di una società che contrappone le vite di operai costretti a scioperare per i loro diritti e quelle di personaggi loschi che si arricchiscono sfruttando la disperazione di giovani come Narcos e Lisa. Nel finale l'inatteso colpo di scena.

sabato 5 ottobre 2013

Teatro – rassegna salviamo i talenti – “L’amore in guerra” di Melania Fiore

Fantasmi in teatro. I fantasmi più reconditi dell’animo umano, quelli che fanno paura sul serio. Quelli che sconvolgono e dilaniano le proprie e le altrui esistenze. “L’amore in guerra”, scritto diretto e interpretato da una superlativa Melania Fiore, chiude la prestigiosa rassegna del teatro Vittoria nel migliore dei modi. Un testo complesso, di un’intensità ed una tensione emotiva che quasi fanno male, a cui non si può rimanere indifferenti. Due atti, due donne, due storie nel delirio del regime nazista. La prima, una famosa pianista tedesca, Gertrud Steiner “rea” delle sue origini ebraiche e perdipiù lesbica; la seconda, Matilde Melzner, “colpevole” di lievi disturbi psichici e ricoverata nella famigerata “casa di cura” di Eichberg. Una scenografia accurata e minimalista lascia spazio alla prepotenza delle interpretazioni. Sul palco, Melania e il credibilissimo Simone Ciampi nella parte di due nazisti tormentati, riescono a trasmettere al pubblico emozioni violente grazie alla forza della loro recitazione, capace di penetrare nell’intimo fino alla soglia del dolore, prerogativa degli attori veri. Brividi di gelo, aberrazioni a cui può giungere l'uomo di tutti i tempi. Anche con un semplice cruciverba “ariano”. Due atti che tuttavia, pur nella cupezza delle due storie, lasciano un barlume di speranza, quello appunto dell’amore in guerra. Amore per la musica, amore per la vita, l’amore che tormenta nel profondo anche i carnefici. Una pièce di grande spessore e di non facile interpretazione, ma che sfonda la fatidica “quarta parete” e lo fa con la forza, la mimica, la drammaticità e la presenza scenica imponente di Melania Fiore. Una nota di merito anche per la gestione audio e luci, a cura di Riccardo Santini, che ben accompagna ed evidenzia i momenti più intensi. Non poteva concludersi meglio questa rassegna di giovani talenti. Con “L’amore in guerra” andiamo via con la certezza che il teatro è vivo, amato e coltivato da talenti straordinari come quelli ammirati oggi. Onore al teatro Vittoria che gli concede spazio.
Paolo Leone


Libro – “Dalla pèntima del piccione”, di Giuliano Di Benedetti

Un libro sorprendente,  affascinante, quello di questo autore che è uno dei più grandi studiosi del mito della Dea Diana e delle sue origini. Di Benedetti, supportato dai suoi studi trentennali sul territorio del Tempio di Diana e dintorni, spaziando dall’archeologia alle teorie supportate da uno studio approfondito delle opere di Sitchin, ci trasporta nel tempo e nel futuro. Il lago di Nemi diventa il centro della civiltà fin dai tempi dell’era glaciale e discutibili ma verosimili ipotesi si fanno largo dallo spazio, da altri mondi. Un libro complesso ma scorrevole, ci racconta le origini dei culti di quello che diverrà l’impero romano, ci svela antiche religioni che in fondo si ripetono nella storia dell’umanità. Un trattato divertente di storia, archeologia e fantascienza (?) che merita di essere letto. Come ama dire l’autore..”io non sono un professore, ma non ho trovato ancora nessun professore che riesca a smontare le mie tesi”. Mistero e storia si intrecciano tenendo il lettore appassionatamente avvinto alle pagine. Edizioni Ventucci.

Simone Agresti

venerdì 4 ottobre 2013

TEATRO - "C’è qualche cosa in te”, di Enrico Montesano

(Recensione di Paolo Leone)

Clonatelo. Per favore, qualcuno cloni Enrico Montesano. E’ stato questo il pensiero più frequente assistendo al suo meraviglioso spettacolo che ha debuttato ieri sera al teatro Brancaccio di Roma, tornato al decoro che merita. Clonatelo, perché con il suo “C’è qualcosa in te” Enrico conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere forse l’ultimo depositario di una memoria storica della commedia musicale italiana. Con la naturalezza che da sempre lo contraddistingue, sul palco dà vita, insieme alla giovane Ylenia Oliviero, ad una gradevolissima storia che non scade mai nell’amarcord melenso ma che invece rende omaggio ai momenti più esaltanti del musical italiano, ricordando con maestrìa eccelsa personaggi come Delia Scala, Renato Rascel, Aldo Fabrizi, Carlo Dapporto e tanti altri e delizia il pubblico con le canzoni che hanno fatto la storia segnata da questi mostri sacri. Nando, il personaggio interpretato da Montesano, è il vecchio custode di un teatro, o meglio del magico sottopalco di un teatro in cui vengono conservati migliaia di costumi di scena che all’improvviso si trova a dover combattere contro uno sfratto che minaccia di trasformare quel luogo di memorie nell’ennesimo centro commerciale. Insieme ad Adelina, la ragazza piombata quasi per caso in quella sorta di tempio, combatterà la sua battaglia. Colpi di scena si susseguono a mano a mano che i due si conoscono meglio, fino alla sorpresa finale. Il tutto si svolge con ritmo incalzante e accompagnato dalla scenografia sontuosa di Gaetano Castelli e da venti bravissimi ballerini, guidati dalle coreografie spettacolari di Manolo Casalino sulle musiche arrangiate da Renato Serio. Uno spettacolo ricco di calore, che riempie gli occhi ma scalda il cuore grazie alla bravura immensa di Montesano che in ogni suo spettacolo non manca mai di offrire al pubblico degli aneddoti, delle “chicche” sconosciute ai più. Anche ieri, tra le righe del testo, ci ha sorpresi raccontando l’origine del nome d’arte di Renato Rascel e di Delia Scala, il vero filo d’Arianna di questa commedia. Un plauso particolare a Pamela De Santi, i suoi costumi sono meravigliosi. Si esce dal teatro consapevoli di aver avuto la fortuna di assistere alla performance dell’ultimo grande interprete del musical italiano. Caro Enrico, se..il tempo fosse un gambero..ne dovrebbe nascere un altro come te. Per favore, clonatelo.


LIBRO - "Folgore di Luce", di Fabiana Difabio

(Recensione di Paolo Leone)

Una bella novità editoriale è il primo libro di questa giovane poetessa. Vincitrice nel 2011 al secondo concorso nazionale di creatività poetica “Ascolta, è poesia”, con la sua poesia “Sorprendimi Amore”, Fabiana Di Fabio si affaccia sul mercato con questa raccolta di sue composizioni molto interessante. Una poetica, quella della Di Fabio, che spazia da visioni dai toni lievi de “L’immensità di un giorno” a quelli certamente più cupi come in “Caos”.  Nonostante la giovane età, Di Fabio è una ricercatrice della parola forbita, sciolta da regole precise se non quelle della profondità dell’animo umano. Il libro, edito dalle Edizioni Archeoares, è arricchito dalle belle immagini disegnate da Alessandra Pinna. Ad aprire il volume, una bellissima citazione del musicista Giovanni Allevi, che ci piace riportare: “Se riusciamo a scrivere poesia che sia una diretta emanazione della vita, della nostra capacità di soffrire, dell’aver subìto i graffi dell’esistenza, del nostro esserci rotolati nella realtà, allora quella poesia entrerà sicuramente in sintonia con le emozioni e le aspirazioni delle persone e provocherà cambiamenti che nessuno potrà fermare” (G. Allevi, Classico Ribelle – 2011). Fabiana, con questa prima opera, ci sorprende e ci trascina verso un cambiamento ancora possibile, nonostante tutto.


mercoledì 2 ottobre 2013

LIBRO - “Le mie impressioni” di Pino Ippolito

(Recensione di Daniela Spagnoli)

“Le mie impressioni” è una raccolta di raccolte di poesie, come sottolineato dall’autore. Pino Ippolito ha trascorso la sua infanzia a Sarno e si è trasferito a Piacenza passando per la Svizzera e la Spagna, molte poesie sono dedicate ai luoghi in cui è vissuto. Oltre a questi luoghi le sue poesie narrano l’amore, l’amicizia ed i rimpianti per tutto quello che è stato e non sarà più. Nonostante questo non c’è malinconia nei versi di Pino, egli trasmette una grande forza interiore e allo stesso tempo una semplicità ed un immediatezza che lo rendono piacevole alla lettura. Alcune poesie sono scritte in dialetto napoletano, non conoscendolo non ho potuto apprezzare a pieno alcuni versi ma coloro che lo capiscono gradiranno. Si può visitare la pagina dedicata al libro e leggere alcune poesie in esso contenute, le consiglio anche a chi è ostica la poesia.

LIBRO – “Il ballo”, di Irène Nemirovsky

Uno splendido racconto breve, questo, che in estrema sintesi ci illumina sull’etica dei personaggi raccontati da questa grande scrittrice del ‘900. Nata a Kiev nel 1903 da una famiglia di ricchi banchieri di origini ebraiche e scomparsa nel luglio del 1942 nel famigerato campo di concentramento di Auschwitz, Nemirovsky tratteggia una società cupa, uomini e donne che, come teorizzato dal filosofo inglese Hobbes, sono  creature egoiste, pericolose, bramose di potere…homo homini lupus. Come accennato all’inizio, l’etica dei personaggi della Nemirovsky è racchiusa in un’immagine folgorante: “a ciascuno la sua preda: secondo la sua astuzia e la sua forza”.
Non fa eccezione questo racconto, in cui una coppia di coniugi arricchiti ma non nobili, si illudono, tramite l’organizzazione di un ballo, di segnare il loro ingresso nella società bene parigina. Un sogno ossessivo per la madre della piccola Antoinette, estromessa dalla preparazione di questo evento che avrebbe dovuto invece coinvolgerla in quanto debuttante. Il racconto precipita inevitabilmente verso la crudele e astuta vendetta che la ragazza, anche lei vittima e carnefice, saprà mettere in atto nei confronti dei genitori, rivelandone la natura misera.

                                                                                  Mauro Giacometti